Quel “Paese del Belcanto” che diventa… “Quelpaese” (e basta)

Quel “Paese del Belcanto” che diventa… Quelpaese (e basta)

Dopo tanti anni che faccio questo lavoro, costretto lietamente a girare un po’ in tutti i principali teatri d’Italia, mi chiedo, dal basso della mia umile posizione di musicista professore d’orchestra col brutto vizio di usare il proprio orecchio, come sia possibile che certi sedicenti artisti, direttori, cantanti lirici, tenori-tenorenis, soprani-sopranieris e compagnia cantando, possano calcare le scene di certi palcoscenici, talvolta persino davanti a platee di centinaia o addirittura migliaia di incolpevoli spettatori. Il tutto accompagnato da migliaia e migliaia di euro elargiti al ritmo di manciate a serata, per loro e per i loro cosiddetti “agenti”. A volte plaudo, non senza rimanere comunque incredulo, al coraggio che hanno, anche solo a mettere un loro povero piedino in scena. Un coraggio che riesco parzialmente a comprendere solo ipotizzando una sana dose di irresponsabilità o mancanza di consapevolezza di sé e del proprio livello: una sorta di auto-oblìo (basta non riascoltarsi mai in registrazioni audio o video!) dal quale auguro loro sinceramente di non svegliarsi mai.

Allargando un po’ il punto di vista, col grandangolo con cui un cittadino normale dovrebbe scoprire ed informarsi su quello che in generale succede in questo nostro “Paese delle cricche”, debbo confessare che il sospetto che si possa verificare nei teatri quello che succede spesso dentro Enti locali, Comuni, ASUR, Partecipate e Consorziate, ecc… si fa in me sempre più forte e fondato.

Le similitudini o i motivi di analogia di certo non mancano: innanzi tutto, la solita buona fetta di nostri soldi pubblici, presupposto fondamentale per iniziare la partita. Poi la solita corsa a regole e forme giuridiche che di fatto possono diventare lo strumento per sfuggire o rendere più blandi e meno stringenti i controlli del “pubblico”, ovvero dei cittadini, divenuti così col tempo in generale sempre più utenti e, specie in questo caso, sempre più passivi spettatori. L’utilizzo all’uopo di opportune Società partecipate, o di af-Fondazioni, o, in generale, di forme giuridiche dette “di diritto privato” ma che, in sostanza, si reggono sui soldi pubblici è uno degli elementi fondanti di questo gioco al nascondino. D’altronde, parafrasando un noto detto, son tutti bravi a fare i manager coi soldi degli altri (ovvero, i nostri!!!) E infine, i soliti risultati scadenti, che spesso si trasformano in servizio penoso.

Certo, non si vorrà mica paragonare un primario chirurgo messo lì grazie ad una tesserina di partito che per distrazione invece di toglierti il rene sinistro ti toglie il destro, con una soprano dal vibrato che sembra un IVECO STRALIS 120 EuroCargo quando si mette in moto.

Oppure raffrontare un Sindaco che per imboscare il debito del suo Comune lo nasconde dentro una mezza dozzina di scatole cinesi di società partecipate, con un baritono che ogni volta che va sopra al MI centrale, ha un viso che assume nell’ordine le seguente colorazioni: rosso scarlatto, blu cobalto,verde oliva, marrone glacè, giallo epatite.

Oppure raffrontare il quadro dei dirigenti di un comune Ente pubblico, di solito di nomina prettamente politica troppo spesso slegata a reali competenze, con un cast nel quale il meno asino in scena è il ciuccio-comparsa che porta a soma i due cesti all’inizio del primo atto.

Ma la “filosofia” con cui spesso si gestiscono Teatri o Fondazioni appare ahimè la stessa, con la solita storia degli amici degli amici (deduco, visto che son sempre i soliti volti che girano), con misteriose Agenzie di cui nessuno sa nulla, nessuno (o pochi privilegiati) sa chi sono, di cui non esiste un elenco chiaro e facilmente visionabile sui siti delle Fondazioni Liriche; oppure con dirigenti e manager che sono più o meno sempre gli stessi, una cricchetta di personcine con noto curriculum di competenze musicali (dicono che alcuni di loro abbiano addirittura il licenzino di solfeggio!) o manageriali di settore (ex ascensoristi, periti, ecc…) che girano come palle da flipper continuamente da un teatro o da un ente all’altro, spesso dopo essere stati gentilmente accompagnati alla porta per aver maturato deficit talmente innascondibili da mettere in serio imbarazzo il politichetto o il partitello di riferimento, tanto da non potersi più permettere di tenere lì il figlioccio senza perdere troppo la faccia o i voti.

A volte, strani e incomprensibili comitati di affari più o meno indefinibili muovono una schiera di solisti (non solo veneti!) chiamati per chiara fama (o per chiara fame?) o dopo audizioni sempre a porte rigorosamente chiuse, senza bandi pubblici, senza una commissione nominata con formule di garanzia; sempre sperando poi che ad esse non seguano o preludino cene o dopocene (preferisco soprassedere su certe voci che girano nei teatri a proposito). Ma che dico commissioni: corre voce che spesso ci ritroviamo al di qua del tavolo della giuria, scarni triunvirati, biunvirati o, azzardo io, visto il trend, addirittura, collegi monocratici.

Negli anni, anche le categorie una volta romanticamente perse, in estasi, fra le braccia della muse, si sono evolute, divenendo prima manager di se stessi, poi, prendendoci gusto, manager anche di altri bene o mal capitati. A titolo di esempio, ed assolutamente senza pretesa di essere esaustivi, ci riferiscono di una crescente compagine di direttori/agenti e di alcuni fatti strani: tipo che quando ci sono loro alla bacchetta, in scena compaiono nei cast, soprattutto fra i cosiddetti comprimari (cachet a volte appena di una decina di migliaia di euro a sera -!!-) più o meno le stesse facce (eh che facce!!!) e le stesse voci (eh che voci ), che poi ritroviamo di giorno in altri ruoli, decisamente più appropriati al loro talento artistico: autisti, portaborse o “dami di compagnia”.

Ovviamente, da destra a sinistra, da destronsi a sinistri, chiunque abbia messo le mani in questo pezzo di torta di soldi pubblici (l’ultimo in ordine cronologico è il brioso e allegro Ministro-Poeta Bondi, ma la codazza di soggetti è lunga, variegata e, come sempre, trasversale), spacciandosi quasi sempre per Riformatore Epocale del settore, si è sempre guardato bene da mettere le mani in questa melma gelatinosa (il riferimento nasce non dalle recenti inchieste giudiziarie avvenute in altri ambiti, ma dalla sensazione che ormai troppo spesso attanaglia il nostro stomaco al termine dell’ultima corona di una rappresentazione media di un medio Teatro del Bel Paese), riducendosi alla fine ai soliti più o meno pesanti ritocchi , tagli, pestaggi mediatico-socio-culturali nei confronti dei lavoratori del settore, ovvero di color che, alla fine, pur con responsabilità enormi, costituiscono le fronde (si lo concediamo, non sempre sane e verdeggianti) di una pianta che appare marcia dalle radici. Naturalmente, sempre a partire principalmente da aggiunti e precari, giusto per essere coerenti fino in fondo con la solita logica del “forti coi deboli e deboli coi forti”.

Ripeto, a qualcuno può sembrare questa problematica piuttosto secondaria, dato che avviene con ben altra entità di budget e con ben altri danni sociali diretti, rispetto a ciò che accade in altri contesti italiani.

Ma nel Paese in cui è nato il Melodramma, nel Paese di Verdi, Rossini, Puccini e Donizzetti, nel Paese che, con seri investimenti nel settore, grazie alla sua storia culturale ed artistica imparagonabile al resto del mondo potrebbe essere praticamente l’unico ad aver le carte in regola per resistere alla crisi, alla globalizzazione ed alla conseguente concorrenza al ribasso sui diritti dei cittadini (difficile taroccare Verdi o il David di Michelangelo), ciò che sta succedendo da anni proprio in questo settore ed il relativo “decadentismo” di cui solo in minima parte si può parlare in poche righe, appare doppiamente sacrilego: primo perché si sta buttando via in pochi anni uno dei pochi salvagente economico-sociale che avevamo, in maniera privilegiata rispetto agli altri Paesi; secondo, perché nel frattempo altri Paesi artisticamente e storicamente meno fortunati di noi, ma sicuramente un po’ più lungimiranti, ce lo stanno portando via sotto il naso (sono ormai tanti gli “stufi” che per vedersi una Traviata decente, decidono, magari facilitati dai lowcost e da infrastrutture da Paese normale, di andare al Covent o all’Operà; o quelli che per vedere un Canova o un Caravaggio a prezzi “decenti” e magari di domenica pomeriggio, decidono di aspettare che sia prestato ad un Louvre o ad un Ermitage).

Quel “Paese della Cultura”, quel “Paese del Belcanto”, sta diventando, se continuiamo così, al massimo un QUELPAESE, utilizzabile per mandarci qualcuno non troppo gradito o simpatico.

Mi viene spontanea una ingenua domanda: e se prima di diventare noi QUELPAESE, intanto ci mandassimo questi trasversali sedicenti amministratori o politici, per evitare almeno che si finiscano anche l’ultima fetta di torta?

Jesi, 20 Agosto 2010

MASSIMO GIANANGELI

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3 risposte a Quel “Paese del Belcanto” che diventa… “Quelpaese” (e basta)

  1. Filippo ha detto:

    Caro Max scrivi veramente bene, complimenti… io so che se tu fai una cosa la fai bene.
    Peccato che ciò che scrivi è veramente triste e non interessa che a una piccola fetta di persone (purtroppo!)…
    QUELPAESE che tu dici ha fatto nascere l’opera e forse vuol detenere anche il primato di farla morire… l’opera e la musica in generale…
    😦

  2. Antonio ha detto:

    è difficile dare giudizi e commenti a fatti reali che rasentano la vegogna….
    iniziamo a farli conoscere il più possibile nella speranza che Bondi e Brunetta non si accaniscano ancora di più!
    speriamo bene…..

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